Tra il tramonto e l’alba
E’ il 1610, in una giornata d’autunno fredda e piovosa giunge a Milano un carico da Venezia.
Tra le tante merci da recapitare una cassa di legno che nessuno aveva mai ordinato, destinazione Reverendissimo Don Vicario Andrea Bassi di San Lorenzo in Milano.
Quel baule di meravigliosa fattura conteneva solo libri di musica, che qualcuno aveva finemente composto o ricopiato da poco. Venne chiamato il maestro di cappella che percepì subito la qualità di quelle partiture. Si trattava di un Vespro, da eseguire tra il tramonto e l’alba.
Si pensò che non fosse un errore perché quelle musiche sembravano appositamente scritte per la meravigliosa cappella musicale di San Lorenzo.
Chi era dunque il benefattore che le aveva inviate?
Chi le aveva composte?
L’unico indizio era una scritta a mano il fondo al Magnificat “Laus Deo”.
Il maestro convocò la cappella musicale al gran completo per la sera stessa e quando quelle musiche meravigliose vennero fatte risuonare, alla presenza dei soli canonici, si pensò che non poteva essere che un dono giunto direttamente dal cielo.
Solo al termine di quella prima esecuzione, il maestro delle musiche trovò in fondo alla sua partitura un foglio elegantemente calligrafato nel quale si fornivano delle minuziose descrizioni di come e quando quelle musiche si sarebbero dovute eseguire. A questo si univa la richiesta di bruciarle, tutte, sul sagrato della chiesa, all’alba del giorno successivo.
Il Vicario ed I canonici al completo, si riunirono e discussero a lungo circa la misteriosa natura di quell’insolito e prezioso regalo e decidendo al fine, di utilizzare quelle musiche per la realizzazione di un Vespro solenne che si tenne nella data indicata dal misterioso speditore: il giorno 19 di ottobre del 1610.
Fu compito del maestro delle musiche, che allora era poco più di un ragazzo, disporre l’esecuzione nella maniera descritta e fu lui il solo a cogliere, mentre regolava con precisione l’esecuzione dei canti, la natura sapiente e straordinaria della musica prodotta dai cantori disposti sui matronei: non sembravano armonie di natura terrena.
Una sensazione di meraviglia mista a paura attraversò da cima a fondo il corpo del maestro mentre volando leggere sopra la sua testa ghirlande di suono riempivano tutta la basilica. La stessa paura che la pelle tirata del suo volto non riuscì a nascondere mentre osservava lapilli di fuoco che il vento sollevava in aria. A modo suo, anche il crepitio misto a calore di quei fogli di musica in fiamme aveva un suono armonioso e I galli di Milano cominciarono a cantare, mentre quella colonna di fumo bianco saliva disordinata verso il cielo.
Dopo quel fuoco mattutino la comunità di San Lorenzo tornò alla sua normale operosa attività e con il tempo svanì dolcemente anche il ricordo. Tutti dimenticarono, tranne uno.
Passarono gli anni, passò la peste con tutto il suo carico di morte, iniziarono e terminarono guerre ed una mattina di primavera giunse in chiesa camminando a fatica e piegato su se stesso un vecchio, con lui un signore più giovane quasi a sorreggerlo. Sebbene fossero negli anni cambiate molte cose, nella basilica San Lorenzo non era cambiato il maestro delle musiche ed il caso volle che egli fosse in quel momento all’interno della chiesa. Mentre osservava distrattamente gli ignoti viandanti notò un particolare che ricondusse la sua mente indietro nel tempo di molti anni, accendendogli un fuoco nelle viscere: il baule.
Quello su cui uno dei due sconosciuti si stava appoggiando era identico a quello che il maestro aveva visto bruciare quella lontana mattina d’autunno insieme alle musiche. Non riuscì a frenare un grido di spavento, che risuonò forte dentro la chiesa.
Il maestro si avvicinò ai due, con passo veloce, e parlò:
-“Chi siete voi e da dove venite?”
-“Perché vi interessa sapere chi siamo, Signore?
Rispose il vecchio girando la testa verso di lui.
Il maestro non rispose.
-“Veniamo da Venezia, Signore!” Disse allora l’uomo meno anziano.
-“Siamo della famiglia Robbiani, io Davide e lui Paolo, mio padre. E voi chi siete, di grazia?”
Il maestro rispose dopo qualche attimo di esitazione.
-“Sono il maestro delle musiche della Basilica di San Lorenzo, Gian Pietro Agostini”.
Il vecchio intervenne, subito:
-“Maestro delle musiche? Pensate che io cantavo da bambino qui dentro, ecco lassù, quello era il mio posto”.
Il vecchio indicò un luogo nello spazio che corrispondeva al nulla ed il maestro si accorse allora che il vecchio era cieco.
-“Avevo una bella voce, lo dicevano tutti, ed ho cantato fin quando la mia voce è cambiata, raggiungevo le note degli angeli, lassù in alto, nel cielo, tra le nuvole”.
Disse il vecchio. Dopo qualche attimo di silenzio il maestro parlò ancora:
-“ Sapete, tanti anni fa, giunse qui in basilica un baule identico a quello che avete voi”
-“Un baule?” disse il vecchio e continuò:
-“Un baule di cosa?”.
-“Un baule di musica!” rispose il maestro.
-“Un baule di musica? E cosa ne faceste di quella musica?” domandò ancora il vecchio.
-“Facemmo quello che ci venne chiesto con uno scritto che trovai nel ripiego di una partitura, la facemmo risuonare”.
-“E poi?” disse ancora il vecchio, curioso.
-“E poi la bruciammo, come ci chiesero di fare”.
Ci fu un attimo di silenzio, rotto solo dalla campana del mezzogiorno che cominciò a suonare e poi il vecchio riprese a parlare, sempre con lo sguardo fisso nel vuoto:
-“ E come era quella musica?” disse sottovoce, velando con le parole un delicato ed inquietante sorriso. Il maestro tacque.
-“Avanti, ditemi come era quella musica! Siete il maestro delle musiche voi o no?” Disse il vecchio quasi innervosito.
A quelle parole il maestro non riuscì a contenere l’emozione, si portò le mani al volto e fece per parlare ma fu il vecchio a precederlo:
-“Erano meravigliose quelle musiche, vero? Pensate, fui io a mandarvele.”
-“Voi!“Senza riuscire a terminare le parole il maestro si inginocchiò improvvisamente al cospetto del vecchio e comincio a baciargli le mani.
-“Fermo, fermo! Che vi prende, ve le ho solo spedite, non le ho mica composte!”
Ci fu ancora un lungo silenzio, durante il quale I rintocchi delle campane fecero in tempo a spegnersi, poi il vecchio parlò ancora:
-“Ma ditemi, avete avuto davvero il coraggio di bruciarle, quelle musiche?”
Il maestro respirò a fondo, poi parlò di fretta, come se ponesse finalmente termine ad un segreto troppo a lungo trattenuto.
-“No signore, non ebbi il coraggio. Ne feci delle copie signore, passai tutta la notte a ricopiarle quelle musiche e bruciai le copie signore. Conservo ancora quelle carte, ma non vennero più fatte risuonare, risuonano solo dentro la mia testa, da anni e anni.” Poi il maestro si interruppe, si avvicinò al vecchio, lo prese per una mano e bisbigliò:
-“Ma, allora, chi..”
-“Chi le ha composte volete dire?” disse il vecchio anticipando ancora una volta la domanda del maestro che gli strinse forte la mano e gli disse:
-“Seguitemi, venite.”
Il vecchio si diresse verso il lato sud della chiesa, pur camminando a fatica, sembrava avere una chiara consapevolezza del luogo che si era prefisso di raggiungere. SI fermò vicino alla base di una delle grandi colonne e rivolgendosi verso il maestro parlò:
-“Ecco, qui, di fronte a noi, c’è un sarcofago di marmo bianco con dei rombi verdi e rosa, lo vedete?”.
Il maestro in silenzio lesse la lapide funeraria incisa sulla pietra PAX TIBI MARIA CLARA ANGELICA ROBIANE ANNO D. 1585 PAULUS CONIUGI DULCISSIMAE FECIT.
-”Lo vedo.” disse il maestro e subito il vecchio continuò a parlare.
-“Era la mia sposa, aveva 17 anni, nostro figlio Davide era nato da poco, un cavallo senza controllo la uccise davanti ai miei occhi, il 19 ottobre del 1585, davanti alla basilica. La seppellimmo qui”.
Il maestro tacque e dopo qualche istante rivolse al vecchio la prima domanda che l’emozione del momento gli consentì:
-“E cosa ne fu di voi e di vostro figlio?”
-“Io e mio figlio continuammo a vivere, ma lasciammo Milano e riparammo a Venezia. Trovai un lavoro che feci per tutta la vita. Ho inciso lastre di rame per stampare musica, fin quando i miei occhi hanno veduto. Amadino, la stamperia di Riccardo Amadino era il mio luogo di lavoro.
Il maestro sentiva avvicinarsi la risposta ad una domanda che per anni si era tenuto dentro, strinse forte la mano del vecchio, facendogli allora cenno di continuare a raccontare la sua storia, e il vecchio continuò:
-“Una notte, mia moglie mi apparve in sogno. Era bella come l’ultima volta che la vidi, ma non era in pace. Mi chiese di far eseguire un Vespro in suffragio qui, nella chiesa dove era sepolta nella ricorrenza della sua morte, ciò le avrebbe facilitato l’ascesa in Paradiso e feci quello che mi chiese. In tanti anni di lavoro avevo copiato di nascosto una gran quantità di musica, lo facevo di notte, tra il tramonto e l’alba. Tra tutte quelle che possedevo ne scelsi alcune adatte a comporre un Vespro mariano ed inclusi anche brani di un musico eccellentissimo, di cui avevo inciso da pochi giorni le tavole per la stampa”.
-“Il Magnificat era di quel musico signore?” chiese il maestro
Il vecchio fece cenno di si, con il capo.
-“E chi era quel musico? Aveva un nome quel musico?” disse il maestro ad alta voce stringendo forte la mano del vecchio.
Questi fece come per guardarlo e sottovoce disse:
-“Monteverdi, Claudio Monteverdi, il cremonese”.
-“Monteverdi, il cremonese” sussurrò tra se e se il maestro, ripetendo come un eco le parole del vecchio.
Il vecchio continuò:
-“Per giorni era venuto in tipografia, più di trenta ne passammo insieme. Controllava di persona tutte le tavole che io incidevo. Non avevo mai avuto davanti agli occhi prima di quel momento una musica tanto speciale. Le invenzioni di quel musico erano straordinarie, la meraviglia si univa alla semplicità, le note erano ora ghirlande di fiori ora linee semplici come l’orizzonte. Chi avrebbe cantato quella musica? Tirammo al torchio 50 copie, una di queste rilegata in pelle e filo d’oro ove volle scrivere di suo pugno una dedica e sapete a chi? Al Papa!”.
Il maestro delle musiche abbandonò la mano del vecchio che continuava a raccontare, la voce si sfuocò e con lo sguardo fisso nel vuoto lasciò riecheggiare nella sua mente il suono di quelle note mai dimenticate . Fu uno scossone del vecchio, che lo prese per un braccio, a riportarlo alla realtà.
-“Voi potreste darmi modo di ascoltarle quelle musiche?” disse il vecchio.
-“Perché mi chiedete questo?” chiese il maestro
-“Perché non le ho mai ascoltate.” rispose il vecchio.
-“Mai ascoltate?” sussurrò il maestro ed il vecchio continuò.
-“Si certo le ho ascoltate, ma solo nella mia testa, mille e mille volte, come tutte le musiche che ho dato alle stampe, ma sarei felice di sentirle risuonare una volta almeno, cantate e suonate dai vostri musici. A Venezia nessuno le ha mai ascoltate, come se appena stampate si fossero dissolte nell’aria, scomparse”.
-“Venite al Vespro della prossima domenica, tra cinque giorni. Troverete la cappella al completo e ascolterete le musiche che vi interessano” disse il maestro.
-“Aspetterò dunque ancora cinque giorni” Disse il vecchio inchinandosi a cercare le mani da baciare del maestro, che fece una riverenza e se ne andò.
Quei cinque giorni non riuscì ad aspettare, perché la vecchiaia gli portò via la vita a poche ore da quel Vespro, il giorno 24 di aprile del 1645, all’età di ottantadue anni. Venne allestito un catafalco principesco ed aperto il sarcofago di marmo bianco con i rombi verdi e rosa ove la cassa di rovere venne sistemata a perpetuo riposo. Risuonarono così ancora una volta le musiche del baule per uno dei più solenni funerali di cui la gente ebbe memoria per anni, senza che nessuno mai sapesse perché per quel vecchio fossero scesi in terra a cantare gli angeli.
12 ottobre 2005
Copyright : Marco Mencoboni
Questa è una storia di fantasia, ogni riferimento a persone, eventi, fatti e luoghi esistenti o esistiti è puramente casuale, l’unica cosa vera è la musica. Ho scelto questo finale tra I tanti possibili, perché mentre scrivevo mi è tornata in mente un fatto che mi ha visto in qualche modo protagonista nel 1993. Fui invitato a tenere un concerto d’organo in un monastero di suore di clausura a Pamplona, in Spagna. Qualche settimana prima della mia partenza ricevetti una busta con la fotocopia di un brano per organo, manoscritto. Era una Batalla (Battaglia, brano tipicamente organistico in cui l’organo imita grazie ai suoi registri i momenti di un combattimento, spari di cannoni, lamenti dei feriti, attacco, ritirata ecc). Mi dissero che quel brano era stato scritto per l’antico organo del monastero, che era tradizione da qualche secolo eseguire quel brano sullo strumento e che le monache volevano ancora ascoltarlo dopo anni che non si suonava più. Preparai con cura la mia esecuzione e solo una volta arrivato a Pamplona, entrato all’interno della misteriosissima vita di un monastero di clausura, la madre superiora mi disse che il desiderio di sentire quel brano era di una monaca molto anziana e malata che era stata per anni organista del monastero. Quel brano doveva essere stato uno dei suo cavalli di battaglia. Mi raccontarono che ce la mise tutta a resistere contro la morte che se la stava portando via ma che non ce la fece. Morì una settimana prima del mio arrivo.
Milano 19 ottobre 2005
Basilica di San Lorenzo Maggiore
Vespro della Beata Vergine
complesso di musica Cantar lontano
direttore Marco Mencoboni