Tra il tramonto e l’alba 

Massimo Ascolto

11.05.06

Il 15 maggio dello scorso anno è scomparsa una persona cara a molti, Massimo Dolcini. Nel giorno del suo primo anniversario e in suo ricordo abbiamo scelto la musica, pensando che creare intorno ad essa un’occasione d’incontro tra i suoi amici sarebbe stata una bella cosa. In particolare abbiamo scelto di far risuonare musiche a lui gradite. La nostra comunicazione giunge allora per farvi sapere che il 15 maggio prossimo, presso la chiesa della Madonna delle Grazie in via San Francesco a Pesaro, alle ore 21,30, si terrà un concerto per ricordarlo.
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Leçons de Ténèbres à une et à deux voix musica di François Couperin
(1668-1733)

Première leçon de ténèbre pour le Mercredi Saint à une voix Incipit
Lamentio/ Aleph/ Beth/ Ghimel/ Daleth/ He/ Jerusalem

Deuxième leçon de ténèbre pour le Mercredi Saint à une voix Vau/ Zain/ Heth/
Teth/ Jerusalem

Troisième leçon de ténèbre pour le Mercredi Saint à deux voix Yod/ Caph/
Lamed/ Mem/ Nun/ Jerusalem

Roberta Mameli soprano/ Lia Serafinisoprano Rodney Prada viola da gamba/
Marco Mencoboni clavicembalo
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Aleph La cena era finita, qualcuno sparecchiava e in due eravamo rimasti a
tavola, uno di qua e uno di là. La dimensione del maestro, di quello che ha
piacere di insegnarti qualche cosa usciva di tanto in tanto negli incontri
con Massimo Dolcini. L’amicizia si trasformava allora in un ché di più
prezioso, il suono della sua voce diveniva più delicato assumendo il tono
caldo dell’affetto, come se le parole si trasformassero in carezze. Era la
fine del 2003, ottobre o novembre, ed un tema che lo stava appassionando era
lo studio dell’alfabeto ebraico. Prese una matita e un foglio di carta e
cominciò dalla prima lettera: Aleph. Mi spiegò il perché della sua forma, il
collegamento numerico con la cabala, il significato ampio che nell’alfabeto
ebraico è proprio di ogni singola lettera. Ascoltavo. Fece per continuare
con le altre ma fui io a parlare interrompendolo: “Beth, Ghimel, Daleth, He,
Yod, Caph, Lamed, Mem, Nun..”. Mi guardò negli occhi come sopreso, ci fu un
attimo di silenzio, quasi imbarazzato, e poi mi disse: “Ma tu come mai sai
queste cose?” Sorrisi e gli parlai delle Lamentazioni del Profeta Geremia
dell’Antico Testamento messe in musica da François Couperin: le “Leçones de
Tenebres”. In questa splendida composizione ogni versetto è preceduto da una
lettera dell’alfabeto ebraico e ad ognuna è dedicato un brano di musica.
Ecco, lì avrebbe potuto vedere la forma che prendevano le lettere sul
pentagramma e “sentirne” anche il suono, completando il suo studio grazie a
quel potere straordinario che forse solo la musica possiede. Si appassionò
moltissimo a questa piccola nuova scoperta, mi chiese di poterle ascoltare e
di averne lo spartito. Dopo qualche giorno tornai da lui e gli consegnai la
registrazione di un nostro concerto ed una copia della musica. Grazie!”
Le “Leçones de Tenebres” di Couperin sono state forse una delle scoperte
musicali che lo hanno maggiormente appassionato negli ultimi tempi, tanto
che cercò di organizzarne un’esecuzione in città. Non fu possibile farlo
allora, per questo forse farlo oggi è un bel modo per ricordarlo. Marco
Mencoboni 22 aprile 2006

La camicia Lux
Accadde parecchi anni fa, dopo una delle prime, forse proprio la prima, cene a Monteluro. Si parlava dei vestiti da concerto, quando indossare il frack, quando lo smoking, quando il fiocco bianco e quando il fiocco nero. Massimo si alzò e ritornò dopo qualche minuto con un fagottino in mano. Qualcosa era contenuto in una semplice carta da pacchi, un nastrino celeste da sarta col fiocchetto a chiudere, l’aspetto era morbito e dalla cura con la quale quella semplice cosa era tenuta in mano si capiva che per lui era preziosa.
Venne verso di me e mi porse quell’oggetto senza particolari espressioni, mi guardò negli occhi e disse una sola parola:
-“Tieni!”
Quel gesto mi colse di sorpresa, porsi tutte e due le mani e lo presi, era leggero e morbido.
-“E’ per me?”
-“Si è per te!”
Era il primo regalo che mi faceva, lo appoggiai sul tavolo e lo scartai.
Era una camicia da frack, candida, con un bel plissée frontale e ben stirata, l’etichetta cucita riportava tre lettere in corsivo: LUX”.
Lo guardai sorpreso e lui disse:
-“E’ la camicia di mio padre, era il pezzo forte della sua divisa da cuoco, ne andava molto fiero, ma ora non serve più a nessuno. Perché non la usi per i tuoi concerti?”.
Balbettai una qualche frase di risposta, ho sempre avuto problemi con le camicie, se funziona il collo sono corte le maniche e viceversa.
-“Dai provala!”
La provai e calzava a pennello, leggermente corte le maniche, con doppio polsino per i gemelli, quelle che preferisco.
-“Ti sta bene no?”
-“Pare di si, ma davvero la posso usare?”
-“Certo!”
Ricordo bene il primo concerto in cui la indossai, lui venne a salutarmi alla fine, sollevai con le dita il colletto a mostrarla e mi sorrise contento”.
Da più di dieci anni continuo ad indossare la camicia LUX in tutti i concerti, mi sono messo in testa che mi protegge, come l’armatura degli antichi guerrieri quando andavano in battaglia e quando Massimo mi chiedeva com’era andato uno spettacolo rispondevo sempre allo stesso modo:
-“Bene, avevo la camicia di tuo padre!”.
Ora, ogni volta che la ritrovo, stirata e candida come la prima volta della carta da pacchi sento forte la ferita del lutto ma dura poco, perchè quel vuoto si trasforma subito nel calore del sorriso. Lei invecchia insieme a me e dividiamo in fondo da anni lo stesso destino, le cuciture cominciano a cedere, i tessuti si logorano ma continuo ad indossarla.
-“Questa camicia è ora di buttarla!” mi ha detto tempo fa sottovoce la signora di una lavanderia.
Ho risposto di non preoccuparsi, pregandola invece di lavarla e stirarla con la massima cura.

24 aprile 2006

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L’ingresso al concerto è gratuito. La sera del concerto è comunque gradita
una libera offerta a copertura delle spese.
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per informazioni ma:design t +39 0721 371097 info@madesign.it e lucevan le
stelle info@elucevanlestelle.it +39 0721 69200
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sarà possibile ascoltare il concerto in Podcasting nei giorni successivi allo spettacolo su questo sito

Una critica di Amadeus

14.11.05

Un’oretta di treno basterà a raccontare questa storiella?
Mi ha chiamato due giorni fa un mio collega per dirmi che la rivista Amadeus aveva pubblicato una critica ad un mio disco: Les musiques Dangereuses. Così ho preso la rivista ed ho letto la critica:
Consigliamo questo cd a chi crede che il cembalo sia uno strumento dai suoni di cristallo: si ricrederà con una bella dose di stupore. Marco Mencoboni aggredisce, eccita e sprona lo strumento a pizzico cavandogli fuori una girandola di atteggiamenti timbrico-musicali che non escludono ossessive reiterazioni, sciorinate, sembra, come incagli della memoria. E via dicendo..
Non entro nel merito del senso della critica, e ringrazio la rivista Amadeus per avermi concesso attenzione, ma quest’occasione mi ha riportato con la memoria indietro di anni (quasi 15), nei giorni in cui quel lavoro ha preso forma fino a realizzarsi.
In quell’epoca vivevo a Spoleto, in un microscopico appartamento del centro storico e studiavo in un gigantesco salone di un palazzo nobiliare, che accoglieva solo me, il mio clavicembalo, ed una stufa a gas. Erano tuttavia le note che uscivano dallo strumento (tante, per quasi tutto il giorno, e veloci come saette) che riscaldavano l’aria durante le gelide giornate invernali. L’ ultima lezione con il mio ultimo maestro (che la redattrice della critica cita nella rivista) era roba vecchia di un paio d’anni. Avevo un telefono bianco che un giorno sollevai per chiamare l’Accademia di Francia a Roma, che custodiva (e custodisce ancora) un cembalo originale che era stato restaurato da Franco Barucchieri durante gli anni ’80. Da lui stesso avevo sentito meraviglie su questo strumento franco-fiammingo e la curiosità di vederlo (e magari suonarlo) mi spinse a cercare il numero sull’elenco e telefonare. Furono molto gentili, mi dissero che sarei potuto andare, se ricordo bene, un giovedì mattina, e andai. L’incontro con uno stumento antico è sempre molto emozionante, soprattutto se lo strumento conserva in se la memoria di un passato glorioso, che si sente, in alcuni casi, appena le dita si appoggiano sulla tastiera per produrre il primo suono. Se scocca la scintilla si è catturati dalla Vertigo delle emozioni e si starebbe lì a suonare per ore, senza neanche respirare. Accadde più o meno una cosa del genere, e mentre suonavo percepivo il silenzio dei miei due uditori (la segretaria e il direttore dell’Accademia di Francia) che non tutti i giorni sentivano suonare quel vecchio rudere. Quando smisi di suonare, il gentile e giovane direttore (forse era un vice direttore) con fare molto cortese mi disse che la settimana successiva (un sabato sera) avrebbero avuto un piccolo ricevimento privato e sarebbero stati contenti di far sentire il clavicembalo ai loro amici. Insomma mi invitarono a tenere un piccolo concerto: ovviamente risposi di si, che ero felice di poter suonare ancora quello strumento per i loro amici. Prima di andarmene mi fecero accomodare in uno studiolo, c’erano due persone: una donna asiatica elegantissima vestita con un kimono risplendente di colori ed un signore anziano, che si appoggiava ad un bastone e mi guardava negli occhi. Era una di quelle persone rare, che quando le incontri, pensi che ti stiano leggendo nel pensiero. Il vice direttore mi presentò come le musicien e la signora cominciò a parlare, in francese, spiegandomi che loro avevano comperato quello strumento e che lo avevano fatto mettere a posto. Mi chiese se mi piaceva lo strumento, se suonava bene insomma. Risposi che era una meraviglia. Mi offrirono una tazza di ottimo the, con dei pasticcini e frutta candita, la signora asiatica era un piacere vederla, luccicava come una giostra, lo sguardo di quell’uomo aveva qualche cosa di caldo, di protettivo, di piacevolmente tenero. Poi me ne andai, salutando e ringraziando. Sulla porta il vice direttore mi disse che il signore era stato l’ultimo direttore dell’Accademia, che lui e la sua moglie avevano dato un taglio culturale importante all’Accademia di Francia a Roma. Solo tornato a casa, chiamai un mio caro amico artista, gli raccontai la storia, e scoprii che quell’uomo dallo sguardo caldo e protettivo, era Balthus, uno dei più grandi pittori del ‘900.
I giorni passarono e tornai all’accademia con la mia borsa piena di musiche e l’abito ben stirato. Non dovetti neanche prepararmi a lungo, passai qualche ora nel caffè della Villa, a leggere e a parlare con il barista che era italiano e molto loquace. Poi mi diedero una stanzetta per farmi cambiare, accordai lo strumento e poi si cominciò ad attendere che gli invitati terminassero di cenare. Nell’attesa la stanza di accesso al salone cominciò a rimpirsi di persone, erano i borsisti dell’accademia di Francia, gente a cui lo stato francese metteva a disposizione per sei mesi all’interno della Villa un appartamento e tutto il necessario per fare il loro lavoro. Mesi in cui l’unica preoccupazione degli artisti doveva essere creare; creare e vivere. Mi si avvicinò uno di loro, con un naso che aveva qualche cosa di familiare, e mi chiese se ero io quel Mencoboni che faceva il concerto. Risposi di si e lui mi disse che anche lui si chiamava Mencoboni e che faceva il pittore. Non gli credetti. La cosa, che aveva del farsesco, continuò fin quando mi tirò fuori un documento d’indentità: Mencoboni Didier, pittore . Scoprimmo così in quei minuti che precedevano la mia esecuzione, che suo padre era nato nello stesso minuscolo paesino del mio, insomma che eravamo cugini di qualche grado, neanche troppo lontano. Ci abbracciammo. Poi mi chiese che effetto faceva dover suonare per il primo ministro. Chiesi spiegazioni. Cominciò a spiegare ma mi fecero cenno che la cena era finita, di prepararmi. In bocca al lupo Marcò, disse mio nuovissimo cugino Didier. Fecero entrare gli ospiti poi entrai io, applausi, inchino, due inchini, giusto il tempo per intravedere tra le cinquanta persone a sedere, alcune faccie note, Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Ettore Scola. Il mio concertino era in verità un concerto che il primo ministro francese Laurent Fabius (allora ancora non travolto dagli scandali degli anni successivi e bello sorridente in prima fila) offriva a tutti gli italiani insigniti in Francia del titolo di Officier des Arts et des Lettres. Non credo di aver mai avuto nella vita una simile, improvvisa, enorme non cercata responsabilità. Mi fu complice quel vecchio strumento, ce la cavammo alla grande, un figurone, alla fine applausi e Champagne della migliore marca, offerto dal sindaco di Reims che mi strinse le mani a lungo complimentandosi. Tra le persone che vennero a salutarmi, Ettore Scola, che in un mal celato romanesco mi disse:
-“Ma tu non sei francese, sei dei nostri no?”
E poi il regista Francesco Rosi che mi ringraziò del concerto, io gli dissi che lo conoscevo di fama e lui sembrò imbarazzato, come se il fatto di essere una persona molto celebre e quindi facilmente riconoscibile gli desse fastidio.
-“Magari mi avrà visto al mercato, in giro da qualche parte!” Mi disse così.
Un architetto celeberrimo (non mi fate dire il nome, perfavore…) lo tenevano in piedi in tre, tutte donne, perché era ubriaco fradicio. Quella immagine di essere umano pericolante, mi ispirò l’interpretazione di un brano presente nel disco: Le Vertigo, (il capogiro, la vertigine) a cui ho dato il senso, tra i tanti possibili, dello stato di ebbrezza di quell’architetto traballante. Insomma una serata che ricordo ancora in modo molto vivo. Ricordo anche che dovetti rincorrere il vice-direttore, quello dell’incontro con Balthus, fino all’ultimo momento per farmi dare quei quattro soldi, quasi una mancia, che avevo chiesto per il concertino per amici. In compenso mi fu possibile chiedere ed ottenere di registrare un disco sullo strumento della Villa e la cosa si verificò dopo qualche mese. Parte delle musiche che registrai le avevo anche suonate al concerto. Per la registrazione portarono il cembalo nella “Sala del Cardinale” dove rimasi ospite per 4 giorni. Una piccola sorpresa arrivò quando ci rendemmo conto che i microfoni prendevano il rumore di fondo della città di Roma, il traffico del Muro Torto era presente notte e giorno. L’unico modo per nasconderlo era avvicinare i microfoni allo strumento e realizzare una presa del suono “ravvicinata”. Così funzionava, ma il suono risultava troppo aggressivo per i miei gusti e la registrazione restituisce secondo me un ascolto troppo vicino alla fonte. Quello è e rimane l’unico rammarico di quella produzione che ancora oggi qualche volta riascolto. Ricordo, di quella bellissima sala con vista su Roma, un letto a baldacchino del ‘600 ed un pavimento antico tirato a cera tutti i giorni da un domestico di colore che parlava un simpatico misto di francese e romano. Con quella buffa parlata un giorno mi sgridò, perché ero disordinato e tenevo le mie cose sparse per la sala senza ordine. Ma quello che a lui non piaceva era a suo modo un ordine, era il mio ordine, con il quale convivo da sempre e che mi accompagna con simpatico e reciproco rispetto anche oggi.

Ps: di orette ce ne sono volute due.
Tra Pesaro e Modena 12 novembre 2005

Scarica i brani:
Nicolas Pancrace Royer: L’aimable
Nicolas Pancrace Royer: La Marche des Scytes

Per ordinare il disco: http://www.soundandmusic.com/

Tra il tramonto e l’alba

18.10.05

Tra il tramonto e l’alba

E’ il 1610, in una giornata d’autunno fredda e piovosa giunge a Milano un carico da Venezia.

Tra le tante merci da recapitare una cassa di legno che nessuno aveva mai ordinato, destinazione Reverendissimo Don Vicario Andrea Bassi di San Lorenzo in Milano.
Quel baule di meravigliosa fattura conteneva solo libri di musica, che qualcuno aveva finemente composto o ricopiato da poco. Venne chiamato il maestro di cappella che percepì subito la qualità di quelle partiture. Si trattava di un Vespro, da eseguire tra il tramonto e l’alba.
Si pensò che non fosse un errore perché quelle musiche sembravano appositamente scritte per la meravigliosa cappella musicale di San Lorenzo.

Chi era dunque il benefattore che le aveva inviate?
Chi le aveva composte?

L’unico indizio era una scritta a mano il fondo al Magnificat “Laus Deo”.

Il maestro convocò la cappella musicale al gran completo per la sera stessa e quando quelle musiche meravigliose vennero fatte risuonare, alla presenza dei soli canonici, si pensò che non poteva essere che un dono giunto direttamente dal cielo.

Solo al termine di quella prima esecuzione, il maestro delle musiche trovò in fondo alla sua partitura un foglio elegantemente calligrafato nel quale si fornivano delle minuziose descrizioni di come e quando quelle musiche si sarebbero dovute eseguire. A questo si univa la richiesta di bruciarle, tutte, sul sagrato della chiesa, all’alba del giorno successivo.

Il Vicario ed I canonici al completo, si riunirono e discussero a lungo circa la misteriosa natura di quell’insolito e prezioso regalo e decidendo al fine, di utilizzare quelle musiche per la realizzazione di un Vespro solenne che si tenne nella data indicata dal misterioso speditore: il giorno 19 di ottobre del 1610.

Fu compito del maestro delle musiche, che allora era poco più di un ragazzo, disporre l’esecuzione nella maniera descritta e fu lui il solo a cogliere, mentre regolava con precisione l’esecuzione dei canti, la natura sapiente e straordinaria della musica prodotta dai cantori disposti sui matronei: non sembravano armonie di natura terrena.
Una sensazione di meraviglia mista a paura attraversò da cima a fondo il corpo del maestro mentre volando leggere sopra la sua testa ghirlande di suono riempivano tutta la basilica. La stessa paura che la pelle tirata del suo volto non riuscì a nascondere mentre osservava lapilli di fuoco che il vento sollevava in aria. A modo suo, anche il crepitio misto a calore di quei fogli di musica in fiamme aveva un suono armonioso e I galli di Milano cominciarono a cantare, mentre quella colonna di fumo bianco saliva disordinata verso il cielo.
Dopo quel fuoco mattutino la comunità di San Lorenzo tornò alla sua normale operosa attività e con il tempo svanì dolcemente anche il ricordo. Tutti dimenticarono, tranne uno.

Passarono gli anni, passò la peste con tutto il suo carico di morte, iniziarono e terminarono guerre ed una mattina di primavera giunse in chiesa camminando a fatica e piegato su se stesso un vecchio, con lui un signore più giovane quasi a sorreggerlo. Sebbene fossero negli anni cambiate molte cose, nella basilica San Lorenzo non era cambiato il maestro delle musiche ed il caso volle che egli fosse in quel momento all’interno della chiesa. Mentre osservava distrattamente gli ignoti viandanti notò un particolare che ricondusse la sua mente indietro nel tempo di molti anni, accendendogli un fuoco nelle viscere: il baule.
Quello su cui uno dei due sconosciuti si stava appoggiando era identico a quello che il maestro aveva visto bruciare quella lontana mattina d’autunno insieme alle musiche. Non riuscì a frenare un grido di spavento, che risuonò forte dentro la chiesa.

Il maestro si avvicinò ai due, con passo veloce, e parlò:
-“Chi siete voi e da dove venite?”

-“Perché vi interessa sapere chi siamo, Signore?
Rispose il vecchio girando la testa verso di lui.

Il maestro non rispose.

-“Veniamo da Venezia, Signore!” Disse allora l’uomo meno anziano.
-“Siamo della famiglia Robbiani, io Davide e lui Paolo, mio padre. E voi chi siete, di grazia?”

Il maestro rispose dopo qualche attimo di esitazione.
-“Sono il maestro delle musiche della Basilica di San Lorenzo, Gian Pietro Agostini”.
Il vecchio intervenne, subito:
-“Maestro delle musiche? Pensate che io cantavo da bambino qui dentro, ecco lassù, quello era il mio posto”.
Il vecchio indicò un luogo nello spazio che corrispondeva al nulla ed il maestro si accorse allora che il vecchio era cieco.

-“Avevo una bella voce, lo dicevano tutti, ed ho cantato fin quando la mia voce è cambiata, raggiungevo le note degli angeli, lassù in alto, nel cielo, tra le nuvole”.
Disse il vecchio. Dopo qualche attimo di silenzio il maestro parlò ancora:

-“ Sapete, tanti anni fa, giunse qui in basilica un baule identico a quello che avete voi”

-“Un baule?” disse il vecchio e continuò:
-“Un baule di cosa?”.
-“Un baule di musica!” rispose il maestro.
-“Un baule di musica? E cosa ne faceste di quella musica?” domandò ancora il vecchio.

-“Facemmo quello che ci venne chiesto con uno scritto che trovai nel ripiego di una partitura, la facemmo risuonare”.
-“E poi?” disse ancora il vecchio, curioso.
-“E poi la bruciammo, come ci chiesero di fare”.

Ci fu un attimo di silenzio, rotto solo dalla campana del mezzogiorno che cominciò a suonare e poi il vecchio riprese a parlare, sempre con lo sguardo fisso nel vuoto:
-“ E come era quella musica?” disse sottovoce, velando con le parole un delicato ed inquietante sorriso. Il maestro tacque.
-“Avanti, ditemi come era quella musica! Siete il maestro delle musiche voi o no?” Disse il vecchio quasi innervosito.
A quelle parole il maestro non riuscì a contenere l’emozione, si portò le mani al volto e fece per parlare ma fu il vecchio a precederlo:

-“Erano meravigliose quelle musiche, vero? Pensate, fui io a mandarvele.”
-“Voi!“Senza riuscire a terminare le parole il maestro si inginocchiò improvvisamente al cospetto del vecchio e comincio a baciargli le mani.

-“Fermo, fermo! Che vi prende, ve le ho solo spedite, non le ho mica composte!”
Ci fu ancora un lungo silenzio, durante il quale I rintocchi delle campane fecero in tempo a spegnersi, poi il vecchio parlò ancora:
-“Ma ditemi, avete avuto davvero il coraggio di bruciarle, quelle musiche?”
Il maestro respirò a fondo, poi parlò di fretta, come se ponesse finalmente termine ad un segreto troppo a lungo trattenuto.
-“No signore, non ebbi il coraggio. Ne feci delle copie signore, passai tutta la notte a ricopiarle quelle musiche e bruciai le copie signore. Conservo ancora quelle carte, ma non vennero più fatte risuonare, risuonano solo dentro la mia testa, da anni e anni.” Poi il maestro si interruppe, si avvicinò al vecchio, lo prese per una mano e bisbigliò:
-“Ma, allora, chi..”
-“Chi le ha composte volete dire?” disse il vecchio anticipando ancora una volta la domanda del maestro che gli strinse forte la mano e gli disse:
-“Seguitemi, venite.”

Il vecchio si diresse verso il lato sud della chiesa, pur camminando a fatica, sembrava avere una chiara consapevolezza del luogo che si era prefisso di raggiungere. SI fermò vicino alla base di una delle grandi colonne e rivolgendosi verso il maestro parlò:

-“Ecco, qui, di fronte a noi, c’è un sarcofago di marmo bianco con dei rombi verdi e rosa, lo vedete?”.

Il maestro in silenzio lesse la lapide funeraria incisa sulla pietra PAX TIBI MARIA CLARA ANGELICA ROBIANE ANNO D. 1585 PAULUS CONIUGI DULCISSIMAE FECIT.

-”Lo vedo.” disse il maestro e subito il vecchio continuò a parlare.
-“Era la mia sposa, aveva 17 anni, nostro figlio Davide era nato da poco, un cavallo senza controllo la uccise davanti ai miei occhi, il 19 ottobre del 1585, davanti alla basilica. La seppellimmo qui”.

Il maestro tacque e dopo qualche istante rivolse al vecchio la prima domanda che l’emozione del momento gli consentì:

-“E cosa ne fu di voi e di vostro figlio?”
-“Io e mio figlio continuammo a vivere, ma lasciammo Milano e riparammo a Venezia. Trovai un lavoro che feci per tutta la vita. Ho inciso lastre di rame per stampare musica, fin quando i miei occhi hanno veduto. Amadino, la stamperia di Riccardo Amadino era il mio luogo di lavoro.

Il maestro sentiva avvicinarsi la risposta ad una domanda che per anni si era tenuto dentro, strinse forte la mano del vecchio, facendogli allora cenno di continuare a raccontare la sua storia, e il vecchio continuò:
-“Una notte, mia moglie mi apparve in sogno. Era bella come l’ultima volta che la vidi, ma non era in pace. Mi chiese di far eseguire un Vespro in suffragio qui, nella chiesa dove era sepolta nella ricorrenza della sua morte, ciò le avrebbe facilitato l’ascesa in Paradiso e feci quello che mi chiese. In tanti anni di lavoro avevo copiato di nascosto una gran quantità di musica, lo facevo di notte, tra il tramonto e l’alba. Tra tutte quelle che possedevo ne scelsi alcune adatte a comporre un Vespro mariano ed inclusi anche brani di un musico eccellentissimo, di cui avevo inciso da pochi giorni le tavole per la stampa”.

-“Il Magnificat era di quel musico signore?” chiese il maestro
Il vecchio fece cenno di si, con il capo.

-“E chi era quel musico? Aveva un nome quel musico?” disse il maestro ad alta voce stringendo forte la mano del vecchio.
Questi fece come per guardarlo e sottovoce disse:

-“Monteverdi, Claudio Monteverdi, il cremonese”.
-“Monteverdi, il cremonese” sussurrò tra se e se il maestro, ripetendo come un eco le parole del vecchio.

Il vecchio continuò:
-“Per giorni era venuto in tipografia, più di trenta ne passammo insieme. Controllava di persona tutte le tavole che io incidevo. Non avevo mai avuto davanti agli occhi prima di quel momento una musica tanto speciale. Le invenzioni di quel musico erano straordinarie, la meraviglia si univa alla semplicità, le note erano ora ghirlande di fiori ora linee semplici come l’orizzonte. Chi avrebbe cantato quella musica? Tirammo al torchio 50 copie, una di queste rilegata in pelle e filo d’oro ove volle scrivere di suo pugno una dedica e sapete a chi? Al Papa!”.
Il maestro delle musiche abbandonò la mano del vecchio che continuava a raccontare, la voce si sfuocò e con lo sguardo fisso nel vuoto lasciò riecheggiare nella sua mente il suono di quelle note mai dimenticate . Fu uno scossone del vecchio, che lo prese per un braccio, a riportarlo alla realtà.

-“Voi potreste darmi modo di ascoltarle quelle musiche?” disse il vecchio.
-“Perché mi chiedete questo?” chiese il maestro
-“Perché non le ho mai ascoltate.” rispose il vecchio.
-“Mai ascoltate?” sussurrò il maestro ed il vecchio continuò.

-“Si certo le ho ascoltate, ma solo nella mia testa, mille e mille volte, come tutte le musiche che ho dato alle stampe, ma sarei felice di sentirle risuonare una volta almeno, cantate e suonate dai vostri musici. A Venezia nessuno le ha mai ascoltate, come se appena stampate si fossero dissolte nell’aria, scomparse”.

-“Venite al Vespro della prossima domenica, tra cinque giorni. Troverete la cappella al completo e ascolterete le musiche che vi interessano” disse il maestro.
-“Aspetterò dunque ancora cinque giorni” Disse il vecchio inchinandosi a cercare le mani da baciare del maestro, che fece una riverenza e se ne andò.

Quei cinque giorni non riuscì ad aspettare, perché la vecchiaia gli portò via la vita a poche ore da quel Vespro, il giorno 24 di aprile del 1645, all’età di ottantadue anni. Venne allestito un catafalco principesco ed aperto il sarcofago di marmo bianco con i rombi verdi e rosa ove la cassa di rovere venne sistemata a perpetuo riposo. Risuonarono così ancora una volta le musiche del baule per uno dei più solenni funerali di cui la gente ebbe memoria per anni, senza che nessuno mai sapesse perché per quel vecchio fossero scesi in terra a cantare gli angeli.

12 ottobre 2005
Copyright : Marco Mencoboni

Questa è una storia di fantasia, ogni riferimento a persone, eventi, fatti e luoghi esistenti o esistiti è puramente casuale, l’unica cosa vera è la musica. Ho scelto questo finale tra I tanti possibili, perché mentre scrivevo mi è tornata in mente un fatto che mi ha visto in qualche modo protagonista nel 1993. Fui invitato a tenere un concerto d’organo in un monastero di suore di clausura a Pamplona, in Spagna. Qualche settimana prima della mia partenza ricevetti una busta con la fotocopia di un brano per organo, manoscritto. Era una Batalla (Battaglia, brano tipicamente organistico in cui l’organo imita grazie ai suoi registri i momenti di un combattimento, spari di cannoni, lamenti dei feriti, attacco, ritirata ecc). Mi dissero che quel brano era stato scritto per l’antico organo del monastero, che era tradizione da qualche secolo eseguire quel brano sullo strumento e che le monache volevano ancora ascoltarlo dopo anni che non si suonava più. Preparai con cura la mia esecuzione e solo una volta arrivato a Pamplona, entrato all’interno della misteriosissima vita di un monastero di clausura, la madre superiora mi disse che il desiderio di sentire quel brano era di una monaca molto anziana e malata che era stata per anni organista del monastero. Quel brano doveva essere stato uno dei suo cavalli di battaglia. Mi raccontarono che ce la mise tutta a resistere contro la morte che se la stava portando via ma che non ce la fece. Morì una settimana prima del mio arrivo.

Milano 19 ottobre 2005
Basilica di San Lorenzo Maggiore
Vespro della Beata Vergine
complesso di musica Cantar lontano
direttore Marco Mencoboni