Un’oretta di treno basterà a raccontare questa storiella?
Mi ha chiamato due giorni fa un mio collega per dirmi che la rivista Amadeus aveva pubblicato una critica ad un mio disco: Les musiques Dangereuses. Così ho preso la rivista ed ho letto la critica:
Consigliamo questo cd a chi crede che il cembalo sia uno strumento dai suoni di cristallo: si ricrederà con una bella dose di stupore. Marco Mencoboni aggredisce, eccita e sprona lo strumento a pizzico cavandogli fuori una girandola di atteggiamenti timbrico-musicali che non escludono ossessive reiterazioni, sciorinate, sembra, come incagli della memoria. E via dicendo..
Non entro nel merito del senso della critica, e ringrazio la rivista Amadeus per avermi concesso attenzione, ma quest’occasione mi ha riportato con la memoria indietro di anni (quasi 15), nei giorni in cui quel lavoro ha preso forma fino a realizzarsi.
In quell’epoca vivevo a Spoleto, in un microscopico appartamento del centro storico e studiavo in un gigantesco salone di un palazzo nobiliare, che accoglieva solo me, il mio clavicembalo, ed una stufa a gas. Erano tuttavia le note che uscivano dallo strumento (tante, per quasi tutto il giorno, e veloci come saette) che riscaldavano l’aria durante le gelide giornate invernali. L’ ultima lezione con il mio ultimo maestro (che la redattrice della critica cita nella rivista) era roba vecchia di un paio d’anni. Avevo un telefono bianco che un giorno sollevai per chiamare l’Accademia di Francia a Roma, che custodiva (e custodisce ancora) un cembalo originale che era stato restaurato da Franco Barucchieri durante gli anni ’80. Da lui stesso avevo sentito meraviglie su questo strumento franco-fiammingo e la curiosità di vederlo (e magari suonarlo) mi spinse a cercare il numero sull’elenco e telefonare. Furono molto gentili, mi dissero che sarei potuto andare, se ricordo bene, un giovedì mattina, e andai. L’incontro con uno stumento antico è sempre molto emozionante, soprattutto se lo strumento conserva in se la memoria di un passato glorioso, che si sente, in alcuni casi, appena le dita si appoggiano sulla tastiera per produrre il primo suono. Se scocca la scintilla si è catturati dalla Vertigo delle emozioni e si starebbe lì a suonare per ore, senza neanche respirare. Accadde più o meno una cosa del genere, e mentre suonavo percepivo il silenzio dei miei due uditori (la segretaria e il direttore dell’Accademia di Francia) che non tutti i giorni sentivano suonare quel vecchio rudere. Quando smisi di suonare, il gentile e giovane direttore (forse era un vice direttore) con fare molto cortese mi disse che la settimana successiva (un sabato sera) avrebbero avuto un piccolo ricevimento privato e sarebbero stati contenti di far sentire il clavicembalo ai loro amici. Insomma mi invitarono a tenere un piccolo concerto: ovviamente risposi di si, che ero felice di poter suonare ancora quello strumento per i loro amici. Prima di andarmene mi fecero accomodare in uno studiolo, c’erano due persone: una donna asiatica elegantissima vestita con un kimono risplendente di colori ed un signore anziano, che si appoggiava ad un bastone e mi guardava negli occhi. Era una di quelle persone rare, che quando le incontri, pensi che ti stiano leggendo nel pensiero. Il vice direttore mi presentò come le musicien e la signora cominciò a parlare, in francese, spiegandomi che loro avevano comperato quello strumento e che lo avevano fatto mettere a posto. Mi chiese se mi piaceva lo strumento, se suonava bene insomma. Risposi che era una meraviglia. Mi offrirono una tazza di ottimo the, con dei pasticcini e frutta candita, la signora asiatica era un piacere vederla, luccicava come una giostra, lo sguardo di quell’uomo aveva qualche cosa di caldo, di protettivo, di piacevolmente tenero. Poi me ne andai, salutando e ringraziando. Sulla porta il vice direttore mi disse che il signore era stato l’ultimo direttore dell’Accademia, che lui e la sua moglie avevano dato un taglio culturale importante all’Accademia di Francia a Roma. Solo tornato a casa, chiamai un mio caro amico artista, gli raccontai la storia, e scoprii che quell’uomo dallo sguardo caldo e protettivo, era Balthus, uno dei più grandi pittori del ‘900.
I giorni passarono e tornai all’accademia con la mia borsa piena di musiche e l’abito ben stirato. Non dovetti neanche prepararmi a lungo, passai qualche ora nel caffè della Villa, a leggere e a parlare con il barista che era italiano e molto loquace. Poi mi diedero una stanzetta per farmi cambiare, accordai lo strumento e poi si cominciò ad attendere che gli invitati terminassero di cenare. Nell’attesa la stanza di accesso al salone cominciò a rimpirsi di persone, erano i borsisti dell’accademia di Francia, gente a cui lo stato francese metteva a disposizione per sei mesi all’interno della Villa un appartamento e tutto il necessario per fare il loro lavoro. Mesi in cui l’unica preoccupazione degli artisti doveva essere creare; creare e vivere. Mi si avvicinò uno di loro, con un naso che aveva qualche cosa di familiare, e mi chiese se ero io quel Mencoboni che faceva il concerto. Risposi di si e lui mi disse che anche lui si chiamava Mencoboni e che faceva il pittore. Non gli credetti. La cosa, che aveva del farsesco, continuò fin quando mi tirò fuori un documento d’indentità: Mencoboni Didier, pittore . Scoprimmo così in quei minuti che precedevano la mia esecuzione, che suo padre era nato nello stesso minuscolo paesino del mio, insomma che eravamo cugini di qualche grado, neanche troppo lontano. Ci abbracciammo. Poi mi chiese che effetto faceva dover suonare per il primo ministro. Chiesi spiegazioni. Cominciò a spiegare ma mi fecero cenno che la cena era finita, di prepararmi. In bocca al lupo Marcò, disse mio nuovissimo cugino Didier. Fecero entrare gli ospiti poi entrai io, applausi, inchino, due inchini, giusto il tempo per intravedere tra le cinquanta persone a sedere, alcune faccie note, Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Ettore Scola. Il mio concertino era in verità un concerto che il primo ministro francese Laurent Fabius (allora ancora non travolto dagli scandali degli anni successivi e bello sorridente in prima fila) offriva a tutti gli italiani insigniti in Francia del titolo di Officier des Arts et des Lettres. Non credo di aver mai avuto nella vita una simile, improvvisa, enorme non cercata responsabilità. Mi fu complice quel vecchio strumento, ce la cavammo alla grande, un figurone, alla fine applausi e Champagne della migliore marca, offerto dal sindaco di Reims che mi strinse le mani a lungo complimentandosi. Tra le persone che vennero a salutarmi, Ettore Scola, che in un mal celato romanesco mi disse:
-“Ma tu non sei francese, sei dei nostri no?”
E poi il regista Francesco Rosi che mi ringraziò del concerto, io gli dissi che lo conoscevo di fama e lui sembrò imbarazzato, come se il fatto di essere una persona molto celebre e quindi facilmente riconoscibile gli desse fastidio.
-“Magari mi avrà visto al mercato, in giro da qualche parte!” Mi disse così.
Un architetto celeberrimo (non mi fate dire il nome, perfavore…) lo tenevano in piedi in tre, tutte donne, perché era ubriaco fradicio. Quella immagine di essere umano pericolante, mi ispirò l’interpretazione di un brano presente nel disco: Le Vertigo, (il capogiro, la vertigine) a cui ho dato il senso, tra i tanti possibili, dello stato di ebbrezza di quell’architetto traballante. Insomma una serata che ricordo ancora in modo molto vivo. Ricordo anche che dovetti rincorrere il vice-direttore, quello dell’incontro con Balthus, fino all’ultimo momento per farmi dare quei quattro soldi, quasi una mancia, che avevo chiesto per il concertino per amici. In compenso mi fu possibile chiedere ed ottenere di registrare un disco sullo strumento della Villa e la cosa si verificò dopo qualche mese. Parte delle musiche che registrai le avevo anche suonate al concerto. Per la registrazione portarono il cembalo nella “Sala del Cardinale” dove rimasi ospite per 4 giorni. Una piccola sorpresa arrivò quando ci rendemmo conto che i microfoni prendevano il rumore di fondo della città di Roma, il traffico del Muro Torto era presente notte e giorno. L’unico modo per nasconderlo era avvicinare i microfoni allo strumento e realizzare una presa del suono “ravvicinata”. Così funzionava, ma il suono risultava troppo aggressivo per i miei gusti e la registrazione restituisce secondo me un ascolto troppo vicino alla fonte. Quello è e rimane l’unico rammarico di quella produzione che ancora oggi qualche volta riascolto. Ricordo, di quella bellissima sala con vista su Roma, un letto a baldacchino del ‘600 ed un pavimento antico tirato a cera tutti i giorni da un domestico di colore che parlava un simpatico misto di francese e romano. Con quella buffa parlata un giorno mi sgridò, perché ero disordinato e tenevo le mie cose sparse per la sala senza ordine. Ma quello che a lui non piaceva era a suo modo un ordine, era il mio ordine, con il quale convivo da sempre e che mi accompagna con simpatico e reciproco rispetto anche oggi.
Ps: di orette ce ne sono volute due.
Tra Pesaro e Modena 12 novembre 2005
Scarica i brani:
Nicolas Pancrace Royer: L’aimable
Nicolas Pancrace Royer: La Marche des Scytes
Per ordinare il disco: http://www.soundandmusic.com/