Tra il tramonto e l’alba 

Un regalo di Natale

22.12.05

To read post in english click here

Andando a ricercare dei momenti belli accaduti in questo ultimo anno che si avvia alla conclusione, uno tra tutti prende il sopravvento ed è ancora una volta un momento di grande carica emotiva fortemente collegato alla musica e su questo mi piace spendere due parole.
E lucevan le stelle ha prodotto quest’anno tre nuovi dischi che vedranno la luce durante il prossimo anno, uno dedicato al repertorio cinquecentesco per due liuti e voce (Galli, Palomba, Pavan) e due realizzati dal complesso Cantar lontano, il primo alla musica sacra di Orazio Vecchi ed il secondo ad uno splendido libro dedicato alla musica vocale (anch’essa sacra) di Diego Ortiz. Durante il primo giorno di questa terza incisione abbiamo vissuto un momento toccante ed i microfoni erano fortunatamente accesi. Mi fa comodo qui citare una frase dal mio racconto Liquide Perle.

“Facendo musica, accade a volte che vicino a chi suona passi la mano di Dio. Qualche cosa cambia e dura poco”

A prescindere dall’individuale sensibilità o appartenenza alla alla sfera del “sacro” credo che ogni musicista avrà sicuramente più volte sperimentato “il senso” di una tale affermazione. Ma veniamo alla nostra esperienza. Era il giorno 28 giugno, la registrazione si teneva nella piccola chiesa del comune di Castelbellino in provincia di Ancona, il primo giorno era dedicato alle composizioni da eseguirsi “a cappella” e alle ultime ore del mattino era prevista la registrazione del lungo e bellissimo “Salve Regina a 5 voci” di Diego Ortiz.
Nella piccola chiesa eravamo in sei, il sottoscritto e i cantanti, nell’ordine Alessandro Carmignani, Fabio Furnari, Mauro Borgioni, Marco Scavazza e Walter Testolin, dalla sagrestia, attraverso l’interfono, giungeva la voce del nostro tecnico di registrazione Piero Schiavoni e su tutto la supervisione di Paolo, mio fratello. Al termine della sessione del mottetto, che come la preghiera mariana si conclude con le parole “O dulcis Virgo Maria” abbiamo tutti vissuto un momento di estrema suggestione, perché la musica prendeva una forma meravigliosa, improvvisamente, come se vittima di un qualche incantesimo. E non siamo riusciti a frenare l’emozione, che è sfociata in un abbraccio collettivo, simile a quello dei calciatori quando vanno a rete. Estrapolato da quel contesto e da tutto il materiale registrato prima, l’ascolto di quel momento perderà inevitabilmente molto della sua originaria carica espressiva, ma ci fa piacere condividerlo, perché il “fuori onda” che vi vorremmo far ascoltare non lo ascolterà altrimenti mai nessuno.
Questo è il nostro piccolo regalo di Natale e per cominciare con un po’ di musica il 2005, sperando così di farvi cosa gradita. Per ascoltare cliccate qui oppure direttamente sul pulsante Play del lettore multimediale.
Il Salve Regina in questione sarà l’ultimo brano del disco dedicato alla musica sacra di Diego Ortiz che sarà pubblicato durante il 2006.


Natale Regalate Stelle

21.11.05

Aria di Natale, aria di Regali. Nel 1998, con l’etichetta E lucevan le stelle, pensammo ad una promozione natalizia. All’epoca eravamo attivissimi nel mondo delle fiere in in giro per l’Italia e per l’Europa. Milano, Torino, Napoli, Francoforte, Vienna, Parigi ecc. Il nostro amico e collaboratore, vero mago della comunicazione Stefano Mariani, ci consigliò di mettere a disposizione per chi seguiva con interesse il nostro lavoro dei dischi da utilizzare come regali natalizi. La promozione prese il nome Natale Regalate Stelle, inviammo a più di 700 persone un pieghevole molto ben fatto ed ci fu davvero un bel riscontro. Ogni due o tre anni, su insistente richiesta dei nostri amici, riprende forma questa temporanea promozione. Ora utilizziamo i moderni mezzi tecnici, utilizzare ancora le spedizioni postali e la stampa tipografica sarebbe davvero troppo oneroso.
Invito pertanto a visitare Natale Regalate Stelle. Abbiamo ripubblicato il “vecchio” testo di Stefano Mariani, che mostra ancora la sua scintillante bellezza. Le edizioni E lucevan le stelle sono quindi disponibili a prezzi molto convenienti per questo prossimo Natale, spargere la voce grazie. MM

Una critica di Amadeus

14.11.05

Un’oretta di treno basterà a raccontare questa storiella?
Mi ha chiamato due giorni fa un mio collega per dirmi che la rivista Amadeus aveva pubblicato una critica ad un mio disco: Les musiques Dangereuses. Così ho preso la rivista ed ho letto la critica:
Consigliamo questo cd a chi crede che il cembalo sia uno strumento dai suoni di cristallo: si ricrederà con una bella dose di stupore. Marco Mencoboni aggredisce, eccita e sprona lo strumento a pizzico cavandogli fuori una girandola di atteggiamenti timbrico-musicali che non escludono ossessive reiterazioni, sciorinate, sembra, come incagli della memoria. E via dicendo..
Non entro nel merito del senso della critica, e ringrazio la rivista Amadeus per avermi concesso attenzione, ma quest’occasione mi ha riportato con la memoria indietro di anni (quasi 15), nei giorni in cui quel lavoro ha preso forma fino a realizzarsi.
In quell’epoca vivevo a Spoleto, in un microscopico appartamento del centro storico e studiavo in un gigantesco salone di un palazzo nobiliare, che accoglieva solo me, il mio clavicembalo, ed una stufa a gas. Erano tuttavia le note che uscivano dallo strumento (tante, per quasi tutto il giorno, e veloci come saette) che riscaldavano l’aria durante le gelide giornate invernali. L’ ultima lezione con il mio ultimo maestro (che la redattrice della critica cita nella rivista) era roba vecchia di un paio d’anni. Avevo un telefono bianco che un giorno sollevai per chiamare l’Accademia di Francia a Roma, che custodiva (e custodisce ancora) un cembalo originale che era stato restaurato da Franco Barucchieri durante gli anni ’80. Da lui stesso avevo sentito meraviglie su questo strumento franco-fiammingo e la curiosità di vederlo (e magari suonarlo) mi spinse a cercare il numero sull’elenco e telefonare. Furono molto gentili, mi dissero che sarei potuto andare, se ricordo bene, un giovedì mattina, e andai. L’incontro con uno stumento antico è sempre molto emozionante, soprattutto se lo strumento conserva in se la memoria di un passato glorioso, che si sente, in alcuni casi, appena le dita si appoggiano sulla tastiera per produrre il primo suono. Se scocca la scintilla si è catturati dalla Vertigo delle emozioni e si starebbe lì a suonare per ore, senza neanche respirare. Accadde più o meno una cosa del genere, e mentre suonavo percepivo il silenzio dei miei due uditori (la segretaria e il direttore dell’Accademia di Francia) che non tutti i giorni sentivano suonare quel vecchio rudere. Quando smisi di suonare, il gentile e giovane direttore (forse era un vice direttore) con fare molto cortese mi disse che la settimana successiva (un sabato sera) avrebbero avuto un piccolo ricevimento privato e sarebbero stati contenti di far sentire il clavicembalo ai loro amici. Insomma mi invitarono a tenere un piccolo concerto: ovviamente risposi di si, che ero felice di poter suonare ancora quello strumento per i loro amici. Prima di andarmene mi fecero accomodare in uno studiolo, c’erano due persone: una donna asiatica elegantissima vestita con un kimono risplendente di colori ed un signore anziano, che si appoggiava ad un bastone e mi guardava negli occhi. Era una di quelle persone rare, che quando le incontri, pensi che ti stiano leggendo nel pensiero. Il vice direttore mi presentò come le musicien e la signora cominciò a parlare, in francese, spiegandomi che loro avevano comperato quello strumento e che lo avevano fatto mettere a posto. Mi chiese se mi piaceva lo strumento, se suonava bene insomma. Risposi che era una meraviglia. Mi offrirono una tazza di ottimo the, con dei pasticcini e frutta candita, la signora asiatica era un piacere vederla, luccicava come una giostra, lo sguardo di quell’uomo aveva qualche cosa di caldo, di protettivo, di piacevolmente tenero. Poi me ne andai, salutando e ringraziando. Sulla porta il vice direttore mi disse che il signore era stato l’ultimo direttore dell’Accademia, che lui e la sua moglie avevano dato un taglio culturale importante all’Accademia di Francia a Roma. Solo tornato a casa, chiamai un mio caro amico artista, gli raccontai la storia, e scoprii che quell’uomo dallo sguardo caldo e protettivo, era Balthus, uno dei più grandi pittori del ‘900.
I giorni passarono e tornai all’accademia con la mia borsa piena di musiche e l’abito ben stirato. Non dovetti neanche prepararmi a lungo, passai qualche ora nel caffè della Villa, a leggere e a parlare con il barista che era italiano e molto loquace. Poi mi diedero una stanzetta per farmi cambiare, accordai lo strumento e poi si cominciò ad attendere che gli invitati terminassero di cenare. Nell’attesa la stanza di accesso al salone cominciò a rimpirsi di persone, erano i borsisti dell’accademia di Francia, gente a cui lo stato francese metteva a disposizione per sei mesi all’interno della Villa un appartamento e tutto il necessario per fare il loro lavoro. Mesi in cui l’unica preoccupazione degli artisti doveva essere creare; creare e vivere. Mi si avvicinò uno di loro, con un naso che aveva qualche cosa di familiare, e mi chiese se ero io quel Mencoboni che faceva il concerto. Risposi di si e lui mi disse che anche lui si chiamava Mencoboni e che faceva il pittore. Non gli credetti. La cosa, che aveva del farsesco, continuò fin quando mi tirò fuori un documento d’indentità: Mencoboni Didier, pittore . Scoprimmo così in quei minuti che precedevano la mia esecuzione, che suo padre era nato nello stesso minuscolo paesino del mio, insomma che eravamo cugini di qualche grado, neanche troppo lontano. Ci abbracciammo. Poi mi chiese che effetto faceva dover suonare per il primo ministro. Chiesi spiegazioni. Cominciò a spiegare ma mi fecero cenno che la cena era finita, di prepararmi. In bocca al lupo Marcò, disse mio nuovissimo cugino Didier. Fecero entrare gli ospiti poi entrai io, applausi, inchino, due inchini, giusto il tempo per intravedere tra le cinquanta persone a sedere, alcune faccie note, Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Ettore Scola. Il mio concertino era in verità un concerto che il primo ministro francese Laurent Fabius (allora ancora non travolto dagli scandali degli anni successivi e bello sorridente in prima fila) offriva a tutti gli italiani insigniti in Francia del titolo di Officier des Arts et des Lettres. Non credo di aver mai avuto nella vita una simile, improvvisa, enorme non cercata responsabilità. Mi fu complice quel vecchio strumento, ce la cavammo alla grande, un figurone, alla fine applausi e Champagne della migliore marca, offerto dal sindaco di Reims che mi strinse le mani a lungo complimentandosi. Tra le persone che vennero a salutarmi, Ettore Scola, che in un mal celato romanesco mi disse:
-“Ma tu non sei francese, sei dei nostri no?”
E poi il regista Francesco Rosi che mi ringraziò del concerto, io gli dissi che lo conoscevo di fama e lui sembrò imbarazzato, come se il fatto di essere una persona molto celebre e quindi facilmente riconoscibile gli desse fastidio.
-“Magari mi avrà visto al mercato, in giro da qualche parte!” Mi disse così.
Un architetto celeberrimo (non mi fate dire il nome, perfavore…) lo tenevano in piedi in tre, tutte donne, perché era ubriaco fradicio. Quella immagine di essere umano pericolante, mi ispirò l’interpretazione di un brano presente nel disco: Le Vertigo, (il capogiro, la vertigine) a cui ho dato il senso, tra i tanti possibili, dello stato di ebbrezza di quell’architetto traballante. Insomma una serata che ricordo ancora in modo molto vivo. Ricordo anche che dovetti rincorrere il vice-direttore, quello dell’incontro con Balthus, fino all’ultimo momento per farmi dare quei quattro soldi, quasi una mancia, che avevo chiesto per il concertino per amici. In compenso mi fu possibile chiedere ed ottenere di registrare un disco sullo strumento della Villa e la cosa si verificò dopo qualche mese. Parte delle musiche che registrai le avevo anche suonate al concerto. Per la registrazione portarono il cembalo nella “Sala del Cardinale” dove rimasi ospite per 4 giorni. Una piccola sorpresa arrivò quando ci rendemmo conto che i microfoni prendevano il rumore di fondo della città di Roma, il traffico del Muro Torto era presente notte e giorno. L’unico modo per nasconderlo era avvicinare i microfoni allo strumento e realizzare una presa del suono “ravvicinata”. Così funzionava, ma il suono risultava troppo aggressivo per i miei gusti e la registrazione restituisce secondo me un ascolto troppo vicino alla fonte. Quello è e rimane l’unico rammarico di quella produzione che ancora oggi qualche volta riascolto. Ricordo, di quella bellissima sala con vista su Roma, un letto a baldacchino del ‘600 ed un pavimento antico tirato a cera tutti i giorni da un domestico di colore che parlava un simpatico misto di francese e romano. Con quella buffa parlata un giorno mi sgridò, perché ero disordinato e tenevo le mie cose sparse per la sala senza ordine. Ma quello che a lui non piaceva era a suo modo un ordine, era il mio ordine, con il quale convivo da sempre e che mi accompagna con simpatico e reciproco rispetto anche oggi.

Ps: di orette ce ne sono volute due.
Tra Pesaro e Modena 12 novembre 2005

Scarica i brani:
Nicolas Pancrace Royer: L’aimable
Nicolas Pancrace Royer: La Marche des Scytes

Per ordinare il disco: http://www.soundandmusic.com/

La terza parte del concerto in podcasting

08.11.05

Tra il tramonto e l’alba pubblica, come promesso, la terza pate del concerto tenuto a Milano il 19 ottobre 2005, nella basilica di San Lorenzo. La parte conclusiva de concerto comprende l’Inno Ave Maris Stella di Orazio Vecchi e tutto il Magnificat dal Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi. Inizialmente il programma previsto era l’esecuzione di tutto il Vespro di Monteverdi. La mole del programma (durata di circa un’ora e quaranta minuti) ha fatto desistere gli organizzatori in quanto la chiesa di San Lorenzo non è atttrezzata per ospitare tante persone per un tempo così lungo. Così abbiamo pensato ad un programma alternativo, che inglobasse i lavori eseguiti dal complesso Cantar Lontano durante il 2005 (Ortiz e Vecchi). Per giustificare il cambio di programma dell’ultimo momento è saltata fuori l’idea del baule contentente musiche e poi la storia pubblicata per l’occasione ed il blog. Mi riprometto di rivedere alcuni passi del racconto, che è stato scritto troppo in fretta (meno di una settimana). Ci sono diversi punti da sistemare, non è abbastanza chiaro ad esempio, per quale motivo l’anonimo mittente chiede di bruciare le sue musiche; elemento importante che definisce secondo me uno degli aspetti più interessanti della storia. Nei prossimo giorni pubblicherò un nuovo racconto, che in verità è vecchio, si chiama Liquide Perle, con annesso in podcasting, l’ascolto di alcuni brani musicali.
A presto.

Per ascoltare la terza parte del concerto potete sottoscrivere il feed oppure cliccare qui [21,3 Mb].

Ancora un po’ di posta..

08.11.05

Maestro Mencoboni,
Prima di tutto volevo farle i complimenti per il concerto che ho potuto ascoltare a San Lorenzo, Milano. La polifonia vocale risulta veramente viva cantata lontano, i doppi cori in Monteverdi acquisiscono tutto un altro senso (probabilmente quello originale) e finalmente questo repertorio viene esplorato nelle sue vere e uniche potenzialità e non come se fossero brani da concerto tradizionale, cosa che non sono.
Anche i brani di Ortiz rappresentano, secondo me, un’aggiunta di gran valore per questo repertorio, che sebbene sia vastissimo non risulta mai stancante, soprattutto se viene proposto in modo così attraente.< ...>Restando alla sua disposizione per questi effetti e congratulandola ancora per il lavoro fatto con il suo ensemble la saluto attentamente,
María

Le domande di Raffaella

04.11.05

Cara Raffaella, grazie per l’assiduità con la quale segui questo blog. Ci sono circa una 50ina di contatti al giorno, fino ad oggi circa 250 persone hanno ascoltato il nostro concerto. Non è male visto che abbiamo appena iniziato, tu sei l’unica che “parla”. Per tornare alla nostra musica e alle tue domande, in questo è il periodo si definiscono tutte le cose da fare per l’anno 2006 (e 2007). Ci sono molte cose in cantiere, alcune delle quali si riusciranno a realizzare, altre appese al filo degli eventi.
In questi giorni: contatti con i festival di Utrecth, Arc la Bataille, Pontoise, Ambronay Vienna per i concerti dell’autunno 2006. Definizione del programma del festival Cantar Lontano (Giugno 2006), Individuazione di un’opera da mettere in scena per il progetto Opera Minima (Agosto 2006), fasi conclusive per la pubblicazione di due nuovi CD. Progetti con la rivista FMR e l’etichetta Alpha per realizzare tutti insieme una produzione sulla Napoli rinascimentale. A questo si aggiunge questo blog ed il fatto che la gatta ha partorito 4 mici tre giorni fa. In futuro pubblicherò su questo sito musica, racconti, e foto, tutto ciò che vede realizzazione, (penso alle fasi concettuali) tra il tramonto e l’alba, proprio come adesso… Piano piano. Saluti
mm

Un po’ di posta…

02.11.05

Ricevo da Enrico e volentieri pubblico:

Caro Marco,
ti vorrei semplicemente ringraziare per il lavoro fatto insieme a Milano. Durante gli ultimi anni, lavorando quasi sempre in Svizzera, con qualche puntata in Germania, Francia e Belgio, ho avuto poche occasioni per fare musica in questo modo. Lì, di solito, tutto è preordinato e le modalità di esecuzione sono quelle largamente sperimentate. Talvolta, la sola proposta di disporre l’orchestra diversamente, di prendere qualche minimo rischio in favore di qualcos’altro, mi è costata discussioni e malumori.
Non tutti i dettagli sono usciti bene al concerto (1 giorno di prova in più ci avrebbe forse messi più a nostro agio), ma la concezione di fondo era così interessante ed adatta allo spazio che mi pare abbia pienamente soddisfatto il pubblico. Dalle persone che conoscevo, ascoltatori abbastanza smaliziati, e dai commenti orecchiati sul sagrato della chiesa, credo che il pubblico abbia sentito di aver ricevuto un’opera ricca di bellezza, rifratta in una miriade di sfaccettature cangianti, di sorprese, eppure compatta.
Ti abbraccio! erri

La seconda parte del concerto in podcasting

31.10.05

Tra il tramonto e l’alba pubblica come promesso la seconda parte del concerto tenuto presso la Basilica di San Lorenzo alle Colonne in Milano il 19 ottobre scorso. Qui sotto l’elenco dei brani. Ci scusiamo per I rumori presenti, daltronde inevitabili quando ad un concero assistono più di 1.000 persone. La presenza in prima fila di una signora influenzata, che ha praticamente tossito durante tutto il concerto, è particolarmente testimoniata in questa registrazione, e comunque si poteva impedire l’ingresso al concerto ad una persona febbricitante? Chi volesse fare attenzione allo straordinario gioco delle “esse” durante l’esecuzione del bellissimo Salve Regina di Diego Ortiz (che pezzo meraviglioso!), non si perda il secondo versetto “vita dulcedo”. Sulle parole “et spes nostra salve” Ortiz sembra voler distillare una piccola pioggia di “esse” con la quale ottiene un bell’effetto di dolcezza onomatopeica, calibrando con sapienza la pronuncia dell “esse” tra I cinque cantori che erano posti, per l’esecuzione di questo brano, sulla cantoria dell’organo ad una notevole distanza dal direttore. Alla prossima pubblicazione dunque, tra qualche giorno, per la parte finale del concerto con l’Ave Maris Stella di Orazio Vecchi ed il Magnificat di Claudio Monteverdi, la cui esecuzione con la tecnica del cantar lontano, all’interno della Basilica ha sorpreso in primo luogo tutti noi, durante le prove e durante il concerto. Per ascoltare sottoscrivete il feed o cliccate qui [29,6 Mb].

Antifona Exsultet spiritus meus Salmo 121
Eustachius de Montisregalis Laetaus sum a 4
(Mmus 3 dell’archivio capitolare di Modena)
Mottetto
Diego Ortiz Benedicta es coelorum a 7
(Musices Liber Primus, 1565)

Antifona Benedicta filia tua Salmo 126
Claudio Monteverdi Nisi Dominus
Anton Brugier Canon (Sapiat qui sapere potest) Mmus 4
(Mmus 4 dell’archivio capitolare di Modena)

Antifona Beata es Virgo Maria Salmo 147
Eustachius de Montisregalis
Lauda Jerusalem a 4 alternatim
(Mmus 3 dell’archivio capitolare di Modena)
Diego Ortiz Salve regina a 5
(Musices Liber Primus, 1565)

Il concerto di ieri notte

20.10.05

Eccoci qua. Cominciamo allora, come promesso a rendere disponibile a tutti la registrazione del nostro concerto di ieri sera a Milano. Per non creare documenti troppo grandi abbiamo pensato di dividere la registrazione in quattro parti che saranno messe on line, in formato mp3 a qualche giorno di distanza l’una dall’altra.
In questa prima sezione presentiamo:

Toccata avanti il Vespro
Intonatio: Deus in adiutorium
Claudio Monteverdi Domine ad Adjuvandum

Antifona Benedicta es tu
Salmo 109 Anonimo Dixit Dominus del settimo tono, a 4
(Mmus 1 dell’archivio capitolare di Modena)
Mottetto Diego Ortiz Ave regina coelorum a 6
(Musices Liber Primus, 1565)

Antifona Speciosa facta es
Salmo 112 Anonimo Laudate Pueri del quarto tono, a 4
(Mmus 1 dell’archivio capitolare di Modena)
Loco Antiphonae Oratio Vecchi O Maria super foeminas a 5 voci
(sacrarum cantiones, 1597)

Il brano che mi ha maggiormente emozionato, durante tutto il concerto, è stato il mottetto Ave regina coelorum a 6 parti di Diego Ortiz, che abbiamo realizzato questa volta rinforzando le 2 voci in canone di tenore con quante voci avevamo a disposizione. L’effetto è stato particolarmente bello. Vediamo voi cosa ne pensate. Sottoscrivete il feed o cliccate qui [20 Mb]. Buon ascolto.

Tra il tramonto e l’alba

18.10.05

Tra il tramonto e l’alba

E’ il 1610, in una giornata d’autunno fredda e piovosa giunge a Milano un carico da Venezia.

Tra le tante merci da recapitare una cassa di legno che nessuno aveva mai ordinato, destinazione Reverendissimo Don Vicario Andrea Bassi di San Lorenzo in Milano.
Quel baule di meravigliosa fattura conteneva solo libri di musica, che qualcuno aveva finemente composto o ricopiato da poco. Venne chiamato il maestro di cappella che percepì subito la qualità di quelle partiture. Si trattava di un Vespro, da eseguire tra il tramonto e l’alba.
Si pensò che non fosse un errore perché quelle musiche sembravano appositamente scritte per la meravigliosa cappella musicale di San Lorenzo.

Chi era dunque il benefattore che le aveva inviate?
Chi le aveva composte?

L’unico indizio era una scritta a mano il fondo al Magnificat “Laus Deo”.

Il maestro convocò la cappella musicale al gran completo per la sera stessa e quando quelle musiche meravigliose vennero fatte risuonare, alla presenza dei soli canonici, si pensò che non poteva essere che un dono giunto direttamente dal cielo.

Solo al termine di quella prima esecuzione, il maestro delle musiche trovò in fondo alla sua partitura un foglio elegantemente calligrafato nel quale si fornivano delle minuziose descrizioni di come e quando quelle musiche si sarebbero dovute eseguire. A questo si univa la richiesta di bruciarle, tutte, sul sagrato della chiesa, all’alba del giorno successivo.

Il Vicario ed I canonici al completo, si riunirono e discussero a lungo circa la misteriosa natura di quell’insolito e prezioso regalo e decidendo al fine, di utilizzare quelle musiche per la realizzazione di un Vespro solenne che si tenne nella data indicata dal misterioso speditore: il giorno 19 di ottobre del 1610.

Fu compito del maestro delle musiche, che allora era poco più di un ragazzo, disporre l’esecuzione nella maniera descritta e fu lui il solo a cogliere, mentre regolava con precisione l’esecuzione dei canti, la natura sapiente e straordinaria della musica prodotta dai cantori disposti sui matronei: non sembravano armonie di natura terrena.
Una sensazione di meraviglia mista a paura attraversò da cima a fondo il corpo del maestro mentre volando leggere sopra la sua testa ghirlande di suono riempivano tutta la basilica. La stessa paura che la pelle tirata del suo volto non riuscì a nascondere mentre osservava lapilli di fuoco che il vento sollevava in aria. A modo suo, anche il crepitio misto a calore di quei fogli di musica in fiamme aveva un suono armonioso e I galli di Milano cominciarono a cantare, mentre quella colonna di fumo bianco saliva disordinata verso il cielo.
Dopo quel fuoco mattutino la comunità di San Lorenzo tornò alla sua normale operosa attività e con il tempo svanì dolcemente anche il ricordo. Tutti dimenticarono, tranne uno.

Passarono gli anni, passò la peste con tutto il suo carico di morte, iniziarono e terminarono guerre ed una mattina di primavera giunse in chiesa camminando a fatica e piegato su se stesso un vecchio, con lui un signore più giovane quasi a sorreggerlo. Sebbene fossero negli anni cambiate molte cose, nella basilica San Lorenzo non era cambiato il maestro delle musiche ed il caso volle che egli fosse in quel momento all’interno della chiesa. Mentre osservava distrattamente gli ignoti viandanti notò un particolare che ricondusse la sua mente indietro nel tempo di molti anni, accendendogli un fuoco nelle viscere: il baule.
Quello su cui uno dei due sconosciuti si stava appoggiando era identico a quello che il maestro aveva visto bruciare quella lontana mattina d’autunno insieme alle musiche. Non riuscì a frenare un grido di spavento, che risuonò forte dentro la chiesa.

Il maestro si avvicinò ai due, con passo veloce, e parlò:
-“Chi siete voi e da dove venite?”

-“Perché vi interessa sapere chi siamo, Signore?
Rispose il vecchio girando la testa verso di lui.

Il maestro non rispose.

-“Veniamo da Venezia, Signore!” Disse allora l’uomo meno anziano.
-“Siamo della famiglia Robbiani, io Davide e lui Paolo, mio padre. E voi chi siete, di grazia?”

Il maestro rispose dopo qualche attimo di esitazione.
-“Sono il maestro delle musiche della Basilica di San Lorenzo, Gian Pietro Agostini”.
Il vecchio intervenne, subito:
-“Maestro delle musiche? Pensate che io cantavo da bambino qui dentro, ecco lassù, quello era il mio posto”.
Il vecchio indicò un luogo nello spazio che corrispondeva al nulla ed il maestro si accorse allora che il vecchio era cieco.

-“Avevo una bella voce, lo dicevano tutti, ed ho cantato fin quando la mia voce è cambiata, raggiungevo le note degli angeli, lassù in alto, nel cielo, tra le nuvole”.
Disse il vecchio. Dopo qualche attimo di silenzio il maestro parlò ancora:

-“ Sapete, tanti anni fa, giunse qui in basilica un baule identico a quello che avete voi”

-“Un baule?” disse il vecchio e continuò:
-“Un baule di cosa?”.
-“Un baule di musica!” rispose il maestro.
-“Un baule di musica? E cosa ne faceste di quella musica?” domandò ancora il vecchio.

-“Facemmo quello che ci venne chiesto con uno scritto che trovai nel ripiego di una partitura, la facemmo risuonare”.
-“E poi?” disse ancora il vecchio, curioso.
-“E poi la bruciammo, come ci chiesero di fare”.

Ci fu un attimo di silenzio, rotto solo dalla campana del mezzogiorno che cominciò a suonare e poi il vecchio riprese a parlare, sempre con lo sguardo fisso nel vuoto:
-“ E come era quella musica?” disse sottovoce, velando con le parole un delicato ed inquietante sorriso. Il maestro tacque.
-“Avanti, ditemi come era quella musica! Siete il maestro delle musiche voi o no?” Disse il vecchio quasi innervosito.
A quelle parole il maestro non riuscì a contenere l’emozione, si portò le mani al volto e fece per parlare ma fu il vecchio a precederlo:

-“Erano meravigliose quelle musiche, vero? Pensate, fui io a mandarvele.”
-“Voi!“Senza riuscire a terminare le parole il maestro si inginocchiò improvvisamente al cospetto del vecchio e comincio a baciargli le mani.

-“Fermo, fermo! Che vi prende, ve le ho solo spedite, non le ho mica composte!”
Ci fu ancora un lungo silenzio, durante il quale I rintocchi delle campane fecero in tempo a spegnersi, poi il vecchio parlò ancora:
-“Ma ditemi, avete avuto davvero il coraggio di bruciarle, quelle musiche?”
Il maestro respirò a fondo, poi parlò di fretta, come se ponesse finalmente termine ad un segreto troppo a lungo trattenuto.
-“No signore, non ebbi il coraggio. Ne feci delle copie signore, passai tutta la notte a ricopiarle quelle musiche e bruciai le copie signore. Conservo ancora quelle carte, ma non vennero più fatte risuonare, risuonano solo dentro la mia testa, da anni e anni.” Poi il maestro si interruppe, si avvicinò al vecchio, lo prese per una mano e bisbigliò:
-“Ma, allora, chi..”
-“Chi le ha composte volete dire?” disse il vecchio anticipando ancora una volta la domanda del maestro che gli strinse forte la mano e gli disse:
-“Seguitemi, venite.”

Il vecchio si diresse verso il lato sud della chiesa, pur camminando a fatica, sembrava avere una chiara consapevolezza del luogo che si era prefisso di raggiungere. SI fermò vicino alla base di una delle grandi colonne e rivolgendosi verso il maestro parlò:

-“Ecco, qui, di fronte a noi, c’è un sarcofago di marmo bianco con dei rombi verdi e rosa, lo vedete?”.

Il maestro in silenzio lesse la lapide funeraria incisa sulla pietra PAX TIBI MARIA CLARA ANGELICA ROBIANE ANNO D. 1585 PAULUS CONIUGI DULCISSIMAE FECIT.

-”Lo vedo.” disse il maestro e subito il vecchio continuò a parlare.
-“Era la mia sposa, aveva 17 anni, nostro figlio Davide era nato da poco, un cavallo senza controllo la uccise davanti ai miei occhi, il 19 ottobre del 1585, davanti alla basilica. La seppellimmo qui”.

Il maestro tacque e dopo qualche istante rivolse al vecchio la prima domanda che l’emozione del momento gli consentì:

-“E cosa ne fu di voi e di vostro figlio?”
-“Io e mio figlio continuammo a vivere, ma lasciammo Milano e riparammo a Venezia. Trovai un lavoro che feci per tutta la vita. Ho inciso lastre di rame per stampare musica, fin quando i miei occhi hanno veduto. Amadino, la stamperia di Riccardo Amadino era il mio luogo di lavoro.

Il maestro sentiva avvicinarsi la risposta ad una domanda che per anni si era tenuto dentro, strinse forte la mano del vecchio, facendogli allora cenno di continuare a raccontare la sua storia, e il vecchio continuò:
-“Una notte, mia moglie mi apparve in sogno. Era bella come l’ultima volta che la vidi, ma non era in pace. Mi chiese di far eseguire un Vespro in suffragio qui, nella chiesa dove era sepolta nella ricorrenza della sua morte, ciò le avrebbe facilitato l’ascesa in Paradiso e feci quello che mi chiese. In tanti anni di lavoro avevo copiato di nascosto una gran quantità di musica, lo facevo di notte, tra il tramonto e l’alba. Tra tutte quelle che possedevo ne scelsi alcune adatte a comporre un Vespro mariano ed inclusi anche brani di un musico eccellentissimo, di cui avevo inciso da pochi giorni le tavole per la stampa”.

-“Il Magnificat era di quel musico signore?” chiese il maestro
Il vecchio fece cenno di si, con il capo.

-“E chi era quel musico? Aveva un nome quel musico?” disse il maestro ad alta voce stringendo forte la mano del vecchio.
Questi fece come per guardarlo e sottovoce disse:

-“Monteverdi, Claudio Monteverdi, il cremonese”.
-“Monteverdi, il cremonese” sussurrò tra se e se il maestro, ripetendo come un eco le parole del vecchio.

Il vecchio continuò:
-“Per giorni era venuto in tipografia, più di trenta ne passammo insieme. Controllava di persona tutte le tavole che io incidevo. Non avevo mai avuto davanti agli occhi prima di quel momento una musica tanto speciale. Le invenzioni di quel musico erano straordinarie, la meraviglia si univa alla semplicità, le note erano ora ghirlande di fiori ora linee semplici come l’orizzonte. Chi avrebbe cantato quella musica? Tirammo al torchio 50 copie, una di queste rilegata in pelle e filo d’oro ove volle scrivere di suo pugno una dedica e sapete a chi? Al Papa!”.
Il maestro delle musiche abbandonò la mano del vecchio che continuava a raccontare, la voce si sfuocò e con lo sguardo fisso nel vuoto lasciò riecheggiare nella sua mente il suono di quelle note mai dimenticate . Fu uno scossone del vecchio, che lo prese per un braccio, a riportarlo alla realtà.

-“Voi potreste darmi modo di ascoltarle quelle musiche?” disse il vecchio.
-“Perché mi chiedete questo?” chiese il maestro
-“Perché non le ho mai ascoltate.” rispose il vecchio.
-“Mai ascoltate?” sussurrò il maestro ed il vecchio continuò.

-“Si certo le ho ascoltate, ma solo nella mia testa, mille e mille volte, come tutte le musiche che ho dato alle stampe, ma sarei felice di sentirle risuonare una volta almeno, cantate e suonate dai vostri musici. A Venezia nessuno le ha mai ascoltate, come se appena stampate si fossero dissolte nell’aria, scomparse”.

-“Venite al Vespro della prossima domenica, tra cinque giorni. Troverete la cappella al completo e ascolterete le musiche che vi interessano” disse il maestro.
-“Aspetterò dunque ancora cinque giorni” Disse il vecchio inchinandosi a cercare le mani da baciare del maestro, che fece una riverenza e se ne andò.

Quei cinque giorni non riuscì ad aspettare, perché la vecchiaia gli portò via la vita a poche ore da quel Vespro, il giorno 24 di aprile del 1645, all’età di ottantadue anni. Venne allestito un catafalco principesco ed aperto il sarcofago di marmo bianco con i rombi verdi e rosa ove la cassa di rovere venne sistemata a perpetuo riposo. Risuonarono così ancora una volta le musiche del baule per uno dei più solenni funerali di cui la gente ebbe memoria per anni, senza che nessuno mai sapesse perché per quel vecchio fossero scesi in terra a cantare gli angeli.

12 ottobre 2005
Copyright : Marco Mencoboni

Questa è una storia di fantasia, ogni riferimento a persone, eventi, fatti e luoghi esistenti o esistiti è puramente casuale, l’unica cosa vera è la musica. Ho scelto questo finale tra I tanti possibili, perché mentre scrivevo mi è tornata in mente un fatto che mi ha visto in qualche modo protagonista nel 1993. Fui invitato a tenere un concerto d’organo in un monastero di suore di clausura a Pamplona, in Spagna. Qualche settimana prima della mia partenza ricevetti una busta con la fotocopia di un brano per organo, manoscritto. Era una Batalla (Battaglia, brano tipicamente organistico in cui l’organo imita grazie ai suoi registri i momenti di un combattimento, spari di cannoni, lamenti dei feriti, attacco, ritirata ecc). Mi dissero che quel brano era stato scritto per l’antico organo del monastero, che era tradizione da qualche secolo eseguire quel brano sullo strumento e che le monache volevano ancora ascoltarlo dopo anni che non si suonava più. Preparai con cura la mia esecuzione e solo una volta arrivato a Pamplona, entrato all’interno della misteriosissima vita di un monastero di clausura, la madre superiora mi disse che il desiderio di sentire quel brano era di una monaca molto anziana e malata che era stata per anni organista del monastero. Quel brano doveva essere stato uno dei suo cavalli di battaglia. Mi raccontarono che ce la mise tutta a resistere contro la morte che se la stava portando via ma che non ce la fece. Morì una settimana prima del mio arrivo.

Milano 19 ottobre 2005
Basilica di San Lorenzo Maggiore
Vespro della Beata Vergine
complesso di musica Cantar lontano
direttore Marco Mencoboni

« Pagina precedenteProssima pagina »